La moda che verrà!

Milano moda donna

Mentre Milano si veste da capitale della moda per la Fashion Week – Milano Moda Donna A/I 2016/2017 – vogliamo raccontarvi la rivoluzione all’insegna della sostenibilità e del consumo etico che sta ridisegnando – in meglio – i contorni della moda che verrà, grazie alla voce di una donna eccezionale: Marina Spadafora.

Marina_Spadafora

All’attivo ha un’esperienza pluriennale in fashion design, prestigiose collaborazioni con i importanti brand di internazionali, è fondatrice della linea di abbigliamento equo sostenibile Auteurs Du Monde per il circuito Altromercato ed è la coordinatrice per l’Italia della campagna internazionale Fashion Revolution.


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In piena Fashion Week, vogliamo dare spazio alla sua voce e al suo impegno e condurvi per mano in un viaggio alla scoperta della moda che verrà, una moda più attenta alle persone, all’ambiente e capace di coniugare etica ed estetica.

Tratto da

Moda etica, Fashion Revolution e futuro: una chiacchierata con Marina Spadafora.

Di Vendetta Uncinetta by Gaia Segattini

– “Parliamo del Fashion Revolution. A mio parere la mossa vincente è stata quella di averlo comunicato in maniera così poco “di nicchia”: dalle fotografie, allo styling, alla comunicazione sui social network, aver usato un linguaggio più tipico delle riviste di moda di avanguardia (penso a i-D, ad esempio) che del mondo Fair Trade, credo sia stato la chiave di volta per il successo di questa iniziativa. Oltre al contenuto etico di per sé interessante e coinvolgente, la scelta di raggiungere anche un pubblico più vasto su internet, fa si che l’immagine sia tutt’altro che accessoria, anzi,  permette di raggiungere persone che parlano attraverso linguaggi diversi e che paradossalmente potrebbero aver considerato in passato certi argomenti come “noiosi”.

Hai assolutamente ragione, questo tipo di scelta è la svolta di tutto il mondo legato alla moda etica. Bisogna far combaciare etica ed estetica, producendo capi belli e alla moda e raggiungendo un pubblico più mainstream, che compri i capi perché attraenti e non solo perché “buoni”!

the true cost

– Esatto, in questo caso la parola “Mainstream” non ha un significato negativo, ma significa invece popolare,le cose non cambiano solo con le nicchie di mercato. Quando è uscito il film The True Cost, ad esempio, ci sono state molte presentazioni ufficiali in cui i grandi stilisti si sono fatti fotografare sottintendendo di aver sempre produzioni controllate fuori dagli sweatshop. Al di là di facili critiche, si rischia che passi un messaggio di moda “buona” elitaria e legata ai grandi brand che non tutti possono permettersi…

E’ giusto, il messaggio che deve passare invece è esattamente l’opposto, che la moda etica sia assolutamente democratica. Noi non possiamo tutto in una volta togliere lavoro a questi paesi che vivono solo di queste cose…Penso al sud est asiatico dove l’industria tessile dà lavoro a milioni di persone: il “next step” deve essere che anche le grosse aziende siano certificate, siano in regola per la sicurezza dell’ambiente, per la pulizia delle acque reflue..tutto.Io ad esempio con Altromercato lavoro con comunità medio/piccole di artigiani, ma se vogliamo che questa consapevolezza diventi “virale”, è necessario che si applicata a tutta la produzione del settore moda, facendo in modo che anche le aziende più grandi diventino sostenibili…è questo il “goal”finale, la regolamentizzazione. Penso a Greenpeace,che con la loro Detox Campaign sono andati a comprare capi di abbigliamento sia da catene fast fashion ma anche in boutique di marchi prêt-à-porter…senza dire che erano di Greenpeace, poi hanno portato questi capi in laboratorio ed è saltato fuori che nessuno era in regola, ma tutti pieni di metalli pesanti. Sia quelli economici sia quelli molto costosi. Ti consiglio di guardare il mio TedTalk sull’argomento, che racconta proprio tutto quello che c’è dietro una semplice t-shirt che indossiamo e quanto potere, come consumatori, abbiamo.

– Credo che quando vedremo non delle 35/40 enni che si pongono questo tipo di problemi e di conseguenza fanno un certo tipo di scelte, ma delle 15/20enni, vorrà dire che le cose sono davvero cambiate… da adulta tutto sommato sei meno schiava della moda, vai più verso un tuo stile, le cose che ti stanno meglio, compri anche meno perché i soldi che guadagni devono essere divisi per la casa e i figli e di conseguenza spesso gli acquisti sono meno emotivi. La sfida invece è proprio quella del ventenne che segue più la moda, è più insicuro e ha bisogno di mostrarsi in maniera più identificata, oltre ad avere poco budget di spesa…

Esatto, anche la moda etica deve essere possibile per i ragazzi più giovani, “affordable” e alla moda, con una comunicazione contemporanea in cui possano riconoscersi”.

Per la lettura integrale dell’articolo rimandiamo al fantastico blog di Gaia Segattini Vendetta Uncinetta.

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Per saperne di più sulla Fashion Revolution invece, visitate il sito ufficiale fashionrevolution.org 

Mi raccomando, segnate in agenda che quest’anno dal 18 al 24 aprile sarà la Fashion Revolution Week, una settimana ricca di eventi dedicati alla moda etica e sostenibile e che culminerà nel Fashion Revolution Day del 24 aprile.

Per il calendario completo degli eventi in Italia cliccate qui e soprattutto partecipate anche quest’anno insieme a noi alla rivoluzione chiedendo ai brand #whomademyclothes?

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